Ma ora, dalle tenebre, affiorò l’immagine del suo io svanito. Il Minner Burris ormai cancellato stava ritto a osservarlo, da un angolo smussato della stanza.

Dialogo con se stesso.

— Rieccoti, allucinazione schifosa!

— Non ti lascerò mai.

— È tutto quel che ho, vero? E allora accomodati. Un po’ di cognac? Accetta la mia modesta ospitalità. Siediti, siediti!

— Preferisco restare in piedi. Come te la passi, Minner?

— Maluccio. Per quel che t’importa!

— Mi sbaglio, o sento nella tua voce una sfumatura di autocommiserazione?

— E se fosse? E se fosse?

— Che voce riprovevole! Io non ti ho insegnato a parlare così.

Burris non poteva più sudare; ma su ognuno dei nuovi meati gli si condensava un vapore. Guardò fisso il suo io di un tempo, disse a voce bassa: — Sai che cosa mi auguro? Che ti prendano e ti facciano quel che hanno fatto a me. Poi capiresti.

— Minner, Minner! Me l’hanno già fatto. Ecce homo! Sei tu, steso lì, la prova vivente del fatto che io ci sono già passato.

— No. Lì, in piedi, dimostri il contrario. La tua faccia. Il tuo pancreas. Il tuo fegato e i tuoi occhi. Fa male, fa male. Fa male a me, non a te!

L’apparizione sorrise gentilmente. — Quando è che hai cominciato a compiangerti? È una novità, Minner.

Burris lo guardò torvo. — Forse hai ragione. — Fece scorrere di nuovo gli occhi sulla camera, da una parete all’altra. Mormorò: — Mi sorvegliano, questo è il guaio.

— Chi?

— Come posso saperlo? Occhi. Telecamere nelle pareti. Ho cercato inutilmente gli obiettivi. Due molecole di diametro, come potrei mai trovarli? E mi vedono.



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