— Allora, lascia che guardino. Non hai di che vergognarti. Non sei né bello né brutto. Non esistono termini di paragone, per te. Credo sia tempo che tu ricominci a uscire.

— Fai presto a dirlo, tu! — sbottò Burris. — Nessuno sbarra gli occhi, vedendoti.

— Tu, in questo istante, mi guardi con gli occhi sbarrati.

— Vero — ammise Burris. — Ma sai anche il perché.

Con uno sforzo consapevole provocò l’inizio del mutamento di fase. I suoi occhi si regolarono sulla luce della stanza. Non aveva più la retina; ma le piastre focali incastrate a contatto del cervello la sostituivano discretamente. Guardò il suo io di un tempo.

Alto, largo di spalle, ben piantato, con muscoli robusti e folti capelli color sabbia. Così era stato. Così era adesso. I chirurghi di un altro mondo avevano lasciato intatta la struttura sottostante. E cambiato tutto il resto.

Di fronte a lui, la sua immagine aveva un viso quasi altrettanto largo che alto, con zigomi pronunciati, orecchie piccole e occhi scuri, ben distanziati. Le labbra erano di quel tipo che si serra facilmente a formare una linea un po’ aggressiva. Un leggero spolverio di lentiggini era disseminato sulla pelle; quasi dappertutto era coperto di pelo dorato e fine. Dava, nel complesso, l’impressione del normale tipo virile: un uomo piuttosto forte, piuttosto intelligente, piuttosto abile, che in un gruppo poteva risaltare non in virtù di una dote vistosa ma di una costellazione di doti poco appariscenti. Il successo con le donne, presso gli altri uomini, nella sua professione, accompagnava quel genere di trionfale e semplice prestanza.

Ora, tutto ciò era scomparso.

Burris disse piano: — Senti, non è per commiserarmi. Se piagnucolo, prendimi a calci. Ma ti ricordi quando vedevamo un gobbo? O un uomo senza naso, una ragazza rattrappita con la testa incassata e le braccia corte? Anomalie, vittime? Ci chiedevamo che impressione si provasse, a essere mostruosi.



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