— Non sei mostruoso, Minner. Solo diverso.

— Va’ in malora, tu e la tua puzzolente semantica! Adesso sono una cosa che si guarda con occhi attoniti. Sono un mostro. Sono uscito di colpo dal tuo mondo per entrare in quello dei gobbi. Questi sanno perfettamente che non possono sfuggire a tutti quegli occhi. Hanno cessato di avere un’esistenza individuale, si confondono con la loro deformità.

— Inventi, Minner. Come puoi saperlo?

— Perché mi accade. Tutta la mia vita, ora, è raccolta intorno a ciò che mi è successo. Non ho altra esistenza. È il fatto centrale, unico. Come si fa a scindere il danzatore dalla sua danza? Io non posso. Se mai uscissi, sarei continuamente in mostra.

— Un gobbo ha tutta la vita per abituarsi, e dimentica la gobba. Per te, la tua faccenda è ancora una novità. Pazienza, Minner. Troverai un’intesa. Dimenticherai gli occhi che ti fissano.

— Tra quanto tempo? Tra quanto?

Ma l’apparizione era svanita. Burris perlustrò la stanza, producendo con sforzo vari spostamenti d’intensità visiva; ma era solo. Si alzò a sedere, sentendo una puntura di aghi sui nervi. Ogni suo movimento era accompagnato da un grappolo di disturbi fisici. Il suo corpo gli era sempre presente.

Scese dal letto, alzandosi in un solo movimento fluido. Questo corpo mi fa male, si disse, ma è efficiente. Devo arrivare ad amarlo.

Si fermò al centro della stanza.

L’autocommiserazione, pensò Burris, è la fine di tutto. Non devo rotolarmici. Devo trovare un’intesa. Adattarmi.

Uscire, fuori, nel mondo.

Ero forte, e non solo fisicamente. Tutta la mia forza, quella forza, se ne è forse andata?

Dentro di lui si innestavano e disinnestavano le serpentine. Infinitesimali valvole di sicurezza emettevano ormoni misteriosi. Le cavità del suo cuore eseguivano una danza complicata.



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