
— Nessuna obiezione.
La vettura stava oltrepassando la Galleria degli Appalachi. Qui la grande strada di comunicazione correva profondamente incassata, chiusa tra alte muraglie nude, e, mentre la vettura filava sparata ad accelerazione d’alta G, un barlume di aspettativa apparve negli occhi di Nikolaides, comodamente seduto nell’enorme sedile destinato a Chalk. Aoudad, accanto a lui, aprì i canali di comunicazione. Gli schermi si accesero.
— Questo è il tuo — disse. — Questo è il mio.
Guardò nel proprio. La vista di Minner Burris non faceva più rabbrividire Aoudad; ma era sempre uno spettacolo spettrale. Burris, ritto davanti allo specchio, offriva ad Aoudad una doppia immagine di se stesso.
— Eccolo — mormorò Aoudad. — Che ne diresti, se ti facessero una cosa simile?
— Mi ucciderei all’istante — disse Nikolaides. — Tuttavia ho l’impressione che la ragazza sia ancor più nei pasticci. La vedi, da dove sei?
— Che fa? È nuda?
— Fa il bagno — disse Nikolaides. — Cento bambini! Mai posseduta da un uomo! E cose simili le diamo per scontate, Bart: ci lasciano indifferenti. Guarda.
Aoudad guardò. Lo schermo schiacciato e luminoso gli mostrò una ragazza nuda in piedi sotto il vibraspray. Si augurò che in quel preciso istante Chalk fosse in collegamento col suo flusso emotivo, perché, nel guardare il corpo di Lona Kelvin, non provava niente. Niente di niente. Neanche un briciolo di desiderio.
La ragazza doveva pesare sì e no quarantacinque chili. Aveva le spalle cascanti, il viso smunto, gli occhi spenti. Seni piccoli, vita snella, fianchi da maschietto. Mentre Aoudad guardava, lei si girò (lasciandogli scorgere delle natiche piatte, per niente femminili) e chiuse il vibraspray. Cominciò a vestirsi. I gesti erano lenti, l’espressione imbronciata.
— Può darsi che io sia prevenuto, perché ho lavorato con Burris — disse Aoudad — ma mi sembra che sia molto più complesso di lei. Questa è solo una bambina che ha avuto la vita difficile. Che cosa potrebbe vedere di particolare, in lei?
