Avevano il solito aspetto di tutti i neonati. Visetti rotondi e senza forma, nasini a patatina, labbra lucide di bava, occhi che non vedono. Piccole orecchie di una dolorosa perfezione. Manine ad artiglio, con unghie incredibilmente lucide. Pelle morbida. Lona sporse la mano a toccare la fotografia più vicina alla porta, immaginando di toccare la pelle vellutata di un neonato. Poi portò la mano al proprio corpo. Toccò il proprio ventre piatto. Toccò un seno piccolo e duro. Toccò quelle sue reni che avevano e non avevano concepito una schiera di figli, e scosse il capo. Poteva sembrare un gesto di compatimento per se stessa; ma questo sentimento si era ormai prosciugato quasi del tutto, lasciando solo un sedimento granuloso, di confusione e di vuoto.

Lona uscì. Dietro di lei la porta si richiuse da sé, silenziosamente.

Raggiunse in breve il livello stradale attraverso la gabbia di discesa. Fra gli edifici altissimi, il vento sferzava gli stretti passaggi. In alto, lo splendore artificiale della notte respingeva le tenebre, con globi colorati che si spostavano silenziosi e oscillanti avanti e indietro, e sui quali danzavano i fiocchi di neve. Il marciapiede era tiepido. Gli edifici, parte per parte, erano illuminati. I piedi di Lona le dicevano: al Portico, al Portico, per camminare un poco nello scintillio e nel tepore di questa notte di neve.

Nessuno la riconosceva.

Era una semplice ragazza che andava a spasso da sola, di sera. I capelli che le svolazzavano sulle orecchie erano color topo. Aveva un collo dalla nuca esile, spalle cadenti. Un corpo misero. Quanti anni? Diciassette. Però si poteva dargliene quattordici. Un topino di ragazza.

Un topino.

Dr. Teh Ping Lin, San Francisco, 1966: «All’epoca prestabilita dell’ovulazione ormonale, esemplari femminili di topo del ceppo aguti nero C3H/HeJ furono introdotti nelle gabbie di topi maschi fecondi appartenenti a un ceppo albino, sia BALB/c, sia Cal A (originariamente A/Crgl/2).



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