
— Già appaiata? Qualcuno ti aspetta dentro?
— No.
— E allora, perché non con me? C’è di peggio.
— Lasciami stare. — In un fioco piagnucolio.
Egli ghignò. Le ficcò gli occhi negli occhi. — Astronauta — disse. — Appena rientrato dai mondi di fuori. Ci metteremo a un tavolino e ti dirò tutto in proposito. Non devi respingere un astronauta.
Lona aggrottò la fronte. Astronauta? Mondi di fuori? Saturno che vortica dentro i suoi anelli, soli verdi di là dalla notte, esseri pallidi dalle molte braccia? Non era un astronauta. Lo spazio lascia il segno sull’anima. Il figlio di Tom Piper non lo aveva. Persino Lona poteva accorgersene. Persino Lona.
— Non sei astronauta — disse.
— Invece sì. Ti dirò le stelle. Ophiucus. Rigel. Aldebaran. Ci sono stato. Su, fiore! Su, vieni con Tom.
Mentiva. Si faceva bello con le penne del pavone. Lona rabbrividì. Vedeva, oltre quella spalla pesante, le luci del Portico. Egli si chinò avanti, vicinissimo. La sua mano le scese, insinuante, sulle anche, sul fianco magro.
— Chi può mai dire — le bisbigliò, rauco. — Chissà come può finire la serata. Forse ti farò un figlio. Scommetto che ti piacerebbe. Hai mai avuto un bambino?
Le unghie di Lona gli graffiarono la guancia. Egli barcollò indietro, sorpreso, insanguinato, e per un momento le sue fasce ornamentali sottocutanee si accesero di vivo colore persino alla luce artificiale. Lo sguardo divenne feroce. Lona, girando su se stessa, lo schivò, e sparì nella ressa che ingombrava il vestibolo.
Facendosi largo con i gomiti, riuscì a entrare nel Portico.
Tom, Tom, figlio di Piper, ti farà un bel bambino come ridere…
«Trecentouno uova, appena fertilizzate, vennero conservate nei preparati, e ciascuna fu sottoposta a uno dei seguenti trattamenti sperimentali: (a) né puntura di pipetta né iniezione; (b) puntura dell’uovo ma non iniezione; (c) iniezione di…»
